Nel 79 d.C. il Vesuvio esplose con una violenza improvvisa, travolse e cancellò nel giro di poche ore due floridi centri romani, Pompei ed Ercolano, assieme a molte nobili ville che si trovavano nelle zone circostanti. Soltanto a partire dal XVIII secolo si ritrovarono i resti degli insediamenti, che sotto strati di ceneri e pomici erano rimasti in eccezionali condizioni di conservazione. Si tratta di un unicum nella storia mondiale dell’archeologia, generato da un disastro naturale che fisicamente preservò uno spaccato della civiltà romana tardo-repubblicana e alto-imperiale. Pompei era una città di dimensioni contenute ma di grande ricchezza grazie ai suoi traffici commerciali; Ercolano era una località di villeggiatura dell’aristocrazia romana, come testimoniano gli eccezionali ritrovamenti delle sue nobili ville.
[expand title=”Un disastro naturale che segna il mondo antico: l’eruzione del Vesuvio nel I secolo d.C.”]
Prima della catastrofe, l’area vesuviana era una zona prospera e intensamente abitata. Le falde del Vesuvio erano coperte da vigneti e boschi rigogliosi, mentre le fertili campagne erano costellate da ville rustiche. Pompei era adagiata su un promontorio lavico distante circa un chilometro dalla costa; la città si sviluppava accanto al corso del fiume Sarno, che era navigabile e aveva un porto fluviale. Stabiae e Oplontis si trovavano sulla costa, mentre, a nord di Pompei, Herculaneum era sorta sulle pendici del vulcano, affacciata panoramicamente sul Golfo di Napoli. I centri erano collegati da una fitta rete viaria. Il 24 agosto del 79 d.C., dopo 700 anni di quiescenza, il Vesuvio si risvegliò. L’eruzione fu violentissima e in poche ore cancellò interamente la ricca area di insediamenti romani alle sue pendici, sconvolgendo anche l’assetto idrografico e geomorfologico dei luoghi: sotto metri di ceneri vulcaniche e pomici rimasero imprigionati magnifiche ville, templi, teatri e terme, botteghe e locande, vie e piazze, assieme a quella parte della popolazione incapace di sfuggire alle ceneri roventi e ai vapori venefici. Il fiume Sarno cambiò il suo corso, la linea di costa si modificò avanzando nel mare di alcune decine di metri. Si formò così una prigione di detriti vulcanici, una capsula del tempo che custodì intatti nei secoli i tesori di Pompei, Herculaneum, Stabiae e Oplontis. L’evento fu una delle pagine più drammatiche della storia antica ma si trasformò nella più straordinaria occasione per conoscere la vita quotidiana della civiltà romana.[/expand]
[expand title=”L’eruzione vesuviana”]
Negli anni precedenti si erano registrati due terremoti di particolare intensità che potevano far prevedere l’imminente risveglio del Vesuvio, ma che gli antichi non interpretarono come un segnale di natura vulcanica. Il primo terremoto si verificò nel 62 d.C. mentre il secondo avvenne nel 64 d.C. I danni provocati agli edifici pompeiani da tali terremoti sono stati individuati dagli archeologi permettendo di comprendere che all’epoca dell’eruzione del 79 d.C. alcuni di essi erano ancora in corso di ricostruzione. Il fenomeno vulcanico del Vesuvio del 79 d.C. fu di tipo esplosivo. Tutto iniziò la mattina del 24 agosto del 79 d.C. Alle ore 13.00, la prima tremenda esplosione fu causata dalla rottura delle rocce e dalla risalita del magma assieme ai gas. Il cratere del vulcano si scoperchiò e iniziò ad alzarsi una colonna piroclastica che raggiunse poi l’altezza di circa 30 km nelle prime ore della notte. Plinio il Giovane descrisse il ‘pino’ di fumo elevarsi dal Vesuvio, testimoniando che fu visibile fino a decine di chilometri di distanza. Iniziò quindi la pioggia di cenere vulcanica e lapilli. Questa fu la prima fase dell’eruzione. Ercolano, la più vicina alle pendici del vulcano, non venne immediatamente investita dall’eruzione, perché i venti dominanti concentrarono la caduta di pomici e ceneri nell’area a sud-est del Vesuvio e così chi fuggì subito da Herculaneum dirigendosi verso Napoli si salvò. Pompei venne subito travolta dalla pioggia ininterrotta di cenere e lapilli, che offuscò il cielo come fosse notte; i detriti ferivano i fuggiaschi, impedivano il cammino e sfondavano i tetti degli edifici, mentre le scosse causavano frane e crolli. La seconda fase dell’eruzione fu forse ancora più spaventosa ed ebbe luogo all’alba del giorno successivo, il 25 agosto, quando la colonna piroclastica iniziò a collassare su sé stessa dando luogo a quelle che i vulcanologi definiscono le ‘nubi ardenti’ (surge), cioè ondate di materiali incandescenti con temperature tra i 300 e i 500 gradi centigradi e con una velocità di qualche centinaia di chilometri orari. Le nubi ardenti travolsero la superficie vesuviana circostante per diversi chilometri. L’impatto fu violentissimo e annientò ciò che vi era ancora di vivo a Pompei. In pochi minuti, tutto venne imprigionato, tanto che gli scavi riportarono poi alla luce sconvolgenti testimonianze di vita quotidiana, come i cani ancora agganciati alla catena e le forme di pane nei forni. I resti umani delle vittime furono rinvenuti abbracciati o vicini ad armi, lanterne, amuleti, statuette dei Lari o fagotti contenenti gioielli e denaro, gli oggetti più cari e preziosi agguantati nella fuga disperata.[/expand]
[expand title=”Le vittime: il dramma reso eterno nei calchi in gesso”]
Alcuni studiosi, tra cui il vulcanologo Giuseppe Mastrolorenzo, affermano che, nella seconda fase dell’eruzione, la morte dei pompeiani non fu quindi per lento soffocamento – come si era creduto a lungo – ma avvenne in modo istantaneo per shock termico, a causa delle ondate ardenti (surge) che impiegarono un paio di minuti ad investire con la loro forza titanica l’abitato di Pompei. Il paesaggio vesuviano al termine dei fenomeni esplosivi del 79 si presentava completamente devastato: Ercolano fu del tutto seppellita sotto uno strato di depositi vulcanici spesso tra i 16 e i 30 metri; nella zona di Pompei i collegamenti viari furono ristabiliti solo nel secolo successivo, ma la città rimase abbandonata. La popolazione di Pompei venne stimata attorno ai 12 mila abitanti, prima del disastro; le vittime ritrovate negli scavi, ad oggi, superano il migliaio (circa 1150 solo in città). I resti umani vennero spesso recuperati in gruppi, ammassati in cortili, in edifici o nelle vie. Alcuni esempi celebri a Pompei sono: i resti dei sacerdoti del tempio di Iside, ritrovati alcuni all’interno dell’edificio, altri all’esterno già in fuga verso le porte della città; la matrona seppellita assieme ai corpi dei gladiatori; le famiglie rinvenute dell’Orto dei Fuggiaschi. Nella seconda metà dell’Ottocento, nel corso degli scavi diretti da Giuseppe Fiorelli tra il 1861 e il 1875, si individuarono nei detriti vulcanici le cavità formate dai corpi dei Pompeiani travolti dal cataclisma: in molti casi, le ceneri avevano aderito alle membra delle vittime prendendo le loro esatte forme. Da Fiorelli venne ideato un metodo per ottenere i calchi delle vittime colando gesso liquido nelle cavità; i calchi che ne risultarono restituirono in modo straordinario i volti, le membra, talvolta gli abiti dei pompeiani. I calchi in gesso possiedono una gestualità drammatica e sconvolgente che impressionò il pubblico ottocentesco e continua oggi a colpire l’animo dei visitatori.[/expand]
[expand title=”I primi scavi archeologici nell’epoca dell’Illuminismo e il mito di Pompei”]
Al termine dell’eruzione del 79 a.C. Pompei era talmente devastata che non fu possibile il ritorno della popolazione superstite, come invece avvenne a Stabiae. L’imperatore Tito promosse una campagna di soccorso, ma il sito di Pompei fu impiegato solo come fonte di materiali da costruzione dove saccheggiare statue e rivestimenti pregiati. Alla metà del Settecento, Re Carlo di Borbone e sua moglie, appassionata antichista, intrapresero i primi scavi ufficiali nelle aree archeologiche per impadronirsi dei reperti, arricchire il prestigio della Casa reale e allestire di tanto in tanto visite riservate per gli ospiti di lignaggio regale. Non si trattò di scavi scientifici; porzioni di edifici venivano prima spogliate degli elementi più preziosi e poi spesso reinterrate. Molto del patrimonio pompeiano venne trafugato, disperso o danneggiato, tuttavia il mito di Pompei e di Ercolano si diffuse per tutta Europa, e i siti vesuviani entrarono tra le tappe del Grand Tour in Italia di artisti, studiosi e nobili rampolli delle élites europee. Ma tale universale interesse alimentò altresì, tra XVIII e XIX secolo, il fiorire di una ampia letteratura che falsava la realtà delle due antiche città romane, impiantandovi invenzioni romantiche ed equivoci storici. All’inizio dell’800, quando Napoli si trovava sotto il dominio francese, Carolina Bonaparte promosse nuovi scavi, non più con la sola intenzione di recuperare opere d’arte ma con la volontà di far di nuovo emergere le strutture urbane di Pompei e comprendere l’impianto urbanistico della città scomparsa. Poi, i Borbone ritornarono a Napoli e si proseguirono gli scavi, che videro la scoperta straordinaria della Casa del Fauno (1829-1832) con i suoi portentosi mosaici ellenistici. Dopo l’Unità d’Italia, si aprì la stagione dell’archeologia scientifica pompeiana. Gli scavi vennero diretti e affidati al napoletano Giuseppe Fiorelli, che estense le aree di scavo e riordinò le conoscenze acquisite fino a quel momento sul sito con una accurata opera di sistematizzazione. Fiorelli rivoluzionò i metodi di lavoro e formò allievi in grado di proseguire la sua opera, tra i quali è da ricordare Vittorio Spinazzola. Dal 1924, l’archeologo Amedeo Maiuri si impegnò nella direzione degli scavi a Pompei ed Ercolano e fu abile divulgatore di molte delle verità nascoste del sito pompeiano. Pompei è oggi una città-museo a cielo aperto, che permette esperienza unica al mondo e ai tutti i visitatori rivolge l’appello di una collettiva e rispettosa tutela.[/expand]
[expand title=”Pompei”]
Le campagne di scavo fino ad oggi hanno riportato alla luce 44 ettari di trama urbana, sui circa 65 che occupava l’antica Pompeii. La città aveva un impianto ippodameo, con quartieri regolari e vie perpendicolari, scandite da due decumani (est-ovest) e tre cardini (sud-nord). I quartieri nobili non erano distinti da quelli popolari e commerciali, poiché in molti casi i fronti delle case affacciati sulle vie ospitavano le tabernae, botteghe d’artigiani e commercianti; le case più lussuose potevano trovarsi nella stessa insula in cui vi erano case di livello medio o appartamenti per i servi o famiglie di mercanti. L’edilizia residenziale pompeiana è una delle testimonianze più complete e interessanti dell’abitare nell’antichità. Vi sono diverse tipologie, che intrecciano modelli italici con forme tipicamente ellenistiche, e documentano le fasi evolutive della domus romana. Tra le più famose case pompeiane, vi sono: la Casa del Chirurgo, tipico esempio di casa romana italica, che deve il suo nome al recupero al suo interno di una collezione di strumenti chirurgici; la Casa del Fauno, la Casa degli Amanti; la famosa Villa dei Misteri, con un ciclo di affreschi che evocano riti misterici dionisiaci; l’enorme Casa del Centenario; raffinate ville con terrazze digradanti verso il mare, Villa del Bracciale d’oro e Villa di M. Fabius Rufus. La zona forense di Pompei – cioè degli edifici pubblici e di circostanti edifici sacri – si concentrava nella zona meridionale dell’impianto urbano, dove si trovava il Foro Civile e il Foro Triangolare; è stato ipotizzato che questa sia l’area più antica, osservando l’andamento delle strade che qui sono più curvilinee. Nel Foro Triangolare, che era delimitato da un grandioso colonnato, si ergeva in una posizione visibile anche dal mare l’antico Tempio di Atena ed Ercole. La zona dei teatri si sviluppava verso Est e si componeva del Teatro Grande, della Palestra Sannitica, della Caserma dei Gladiatori, dell’Odeion. L’Odeion era un teatro con una parziale copertura superiore, dedicato agli spettacoli di canto e danza molto popolari in età augustea. Vi erano poi il Tempio di Iside e il Tempio di Esculapio. Nell’estremo margine urbano di Sud-Est vennero edificati nel II secolo d.C. la Palestra Grande e l’Anfiteatro. Il Foro Civile era l’are pubblica più importante e vasta, dedicata al commercio nella Pompei sannitica, successivamente impiegata anche per gare e giochi. Il Foro venne modificato nel II secolo a.C., con la dotazione di porticati e di una pavimentazione, e, in seguito, di archi di trionfo; sempre nel II secolo a.C. sorsero gli edifici vicini della Basilica e del Comitium, aventi funzioni politiche e giudiziarie. Il Tempio di Apollo era situato a Sud-Ovest del Foro, mentre il Tempio di Giove ne occupava il lato minore a Nord. Diversi erano gli impianti termali: le Terme Stabiane, le più sontuose; le Terme Repubblicane, vicine al Foro Triangolare; le Terme Centrali, le più recenti e in costruzione all’epoca dell’eruzione del 79 d.C. Pompei era una città fiorente grazie ai traffici commerciali marittimi e le attività artigianali, sull’asse viario tra Nocera e Napoli. Nel II secolo conobbe una straordinaria stagione di prosperità e crescita demografica che si espresse nell’ampliamento del tessuto urbano con nuovi quartieri, nel rinnovamento delle mura, dei templi e di molte abitazioni. A Pompei si incontrarono le grandi civiltà del Mediterraneo antico: Greci, Etruschi, Sanniti, Romani abitarono l’area vesuviana dando vita ad un eccezionale amalgama culturale che oggi può essere letto per individuare le radici dell’uomo Europeo.[/expand]
[expand title=”Ercolano”]
Durante i lavori per scavare un pozzo presso Ercolano, vennero rinvenuti dagli operai dei blocchi di marmo levigato, che secoli più tardi si identificarono appartenenti al teatro di Herculaneum. Era il 1710 e iniziò da quel momento la riscoperta delle antiche città sepolte di Ercolano e Pompei, che attirò schiere di visitatori, studiosi e curiosi, accendendo una febbre d’archeologia che incendiò l’Europa intera. Herculaneum si sviluppava su un promontorio di tufo vulcanico e l’abitato digradava verso il mare, affacciandosi sul Golfo di Napoli. Le fonti antiche narrano che la sua particolare posizione la rendeva una città salubre in ogni stagione. Per questo motivo e per la bellezza del luogo, Ercolano era un luogo residenziale amato dal patriziato locale. Attualmente è stato riportato alla luce soltanto un quarto dei circa 20 ettari che occupava il tessuto urbano; la zona degli edifici pubblici e sacri giace ancora sotto l’abitato moderno, mentre si è scavato nell’area della città antica occupata da ville e abitazioni private che variano in forme, dimensioni e ricchezza, ma sembrano attestare un alto livello di benessere e agiatezza diffusi nella popolazione. Nel sito, è stato ritrovato un imponente impianto termale e sono ritornate alle luce alcune ville sontuose, tra le quali la più celebre è la Villa dei Papiri (1750), nobile struttura suburbana privata, oggi non interamente sterrata, che era dotata di una biblioteca e di un peristilio con una vasta collezione di statue, fortemente ispirati alla cultura ellenistica. La villa venne ritrovata per caso durante la costruzione di un pozzo; le prime indagini, tramite cunicoli, partirono nel 1750 sotto la direzione di Rocque de Alcubierre.[/expand]
[expand title=”Oplontis”]
Oplontis giaceva nell’area dell’attuale Torre Annunziata, distava da Pompei circa 5 km e vi si concentravano residenze nobiliari e di alti dignitari. Vi era un impianto termale, magazzini per le provviste, strutture per accogliere i viaggiatori. Oplontis venne completamente distrutta dall’eruzione del 79 d.C. e lo sviluppo dell’abitato moderno ha permesso di recuperare soltanto una parte limitata dell’insediamento romano. Sono state rinvenute due eccezionali ville, la Villa A e la Villa B. Della Villa A è stata rintracciata l’appartenenza alla seconda sposa dell’imperatore Nerone, Poppea Sabina. La Villa di Poppea era un grandioso complesso, oggi non interamente riportato alla luce, che faceva parte dei possedimenti imperiali. Sembra che nel 79 d.C. non fosse abitata e vi fossero in corso dei lavori di ristrutturazione forse a causa delle attività sismiche della zona e del passaggio a nuovi proprietari. Possedeva un notevole apparato decorativo con pitture parietali e statue romane copie di originali greci; vi era una grande piscina, giardini e colonnati. Vi è poi la Villa B, attribuita a L. Crassius Tertius, che costituiva forse una grande insula; vi si trovava un peristilio dorico al piano terra affiancato a magazzini e stanze dove venivano raccolte le merci prima di essere inviate ai vari mercati. Tutto il piano terra era destinato alla commercializzazione di prodotti alimentari e vi sono state ritrovate molte anfore di vario tipo, per il vino, l’olio, la frutta, mentre il piano superiore ospitava gli appartamenti del proprietario dell’azienda.[/expand]