Cattedrale, Torre Civica e Piazza Grande di Modena

[expand title=”La Cattedrale. Lanfranco, un architetto d’ispirazione divina”]
Il 9 giugno 1099 viene posata la prima pietra del Duomo di Modena, splendido esempio di arte romanica che stupì i contemporanei, e che continua tuttora a sorprendere per la sua straordinaria bellezza e originalità. Una cronaca contemporanea, la Relatio de innovazione ecclesiae Sancti Geminiani, ci informa che la scelta dell’architetto avvenne per miracolosa ispirazione divina: il clero e la cittadinanza modenesi affidarono l’incarico di progettare la Cattedrale a Lanfranco, definito mirabile artista e meraviglioso costruttore, il quale diede vita a un’architettura nuova e ardita, che influenzò l’arte romanica fiorita dopo di lui. La Cattedrale venne consacrata nel 1106. Per il rivestimento lapideo dell’edificio fu utilizzato del materiale di reimpiego proveniente da Mutina romana – nome di Modena in epoca antica – come dimostrano le indagini scientifiche effettuate durante la recente campagna di restauro iniziata nel 2006.[/expand]

[expand title=”La scultura di Wiligelmo e l’universo spirituale del Medioevo”]
Sulla struttura ideata da Lanfranco si innestò, in uno straordinario rapporto di armonia, la scultura di Wiligelmo. A lui e alla sua scuola si deve la splendida decorazione che popola di motivi vegetali e di esseri fantastici ogni capitello della loggia e delle semicolonne e ogni mensola dei sottostanti archetti, motivi architettonici che come un ritmico contrappunto scandiscono l’intero perimetro del Duomo. All’officina di Wiligelmo si devono anche le sculture collocate sulla facciata, raffigurazioni sacre e profane, celestiali e mostruose, le quali riassumono l’intero mondo spirituale dell’uomo medievale, la fede, le speranze, i timori, le certezze e i dubbi. Ma la grande arte di Wiligelmo si esplicitò nella decorazione del Portale Maggiore, dove, con primitiva ma potente espressività, egli sintetizzò la visione del mondo propria dell’uomo del suo tempo. Fra intricati viluppi vegetali che evocano il bosco, luogo considerato temibile e insidioso che simboleggia la vita umana, abitano esseri mostruosi di ogni genere, immagini del peccato che costantemente minacciano il cammino spirituale dell’uomo. Di qui la lotta che oppone il credente a una folla selvaggia di leoni, draghi, centauri: mostri desunti dai repertori dell’antichità e dai bestiari medievali. Ma se il viaggio della vita è un difficile percorso, la meta è la Salvezza: scene liete di vendemmia evocano la “vigna del Signore”. All’interno degli stipiti vi sono figure di Patriarchi e Profeti, che annunciano la venuta di Cristo, sottolineando il significato simbolico della ‘Porta’ della Chiesa, la quale è crinale tra due condizioni: quella dei fedeli radunati all’interno, salvi, e quella di chi è fuori, possibile preda del demonio. Sulla facciata rimane ancora ineguagliata, dopo nove secoli, la toccante espressività dei Rilievi della Genesi, scolpiti da Wiligelmo su quattro grandi lastre di pietra. Le vicende di Adamo ed Eva, di Caino e Abele, dell’arca di Noè conservano ancora oggi, intatte, una forte intensità, una inusuale carica espressiva e una straordinaria capacità narrativa.[/expand]

[expand title=”Altri temi nel programma iconografico del Duomo: la storia di San Geminiano, i dodici Mesi, il ciclo di Re Artù e le numerose creature fantastiche”]
Wiligelmo e gli allievi della sua scuola lavorano anche alle altre due porte aperte da Lanfranco nel Duomo. La bellissima Porta dei Principi, affacciata su Piazza Grande, accoglie i fedeli narrando loro la storia del patrono san Geminiano, trascritta per immagini e trasformata in racconto. Sul lato settentrionale, nei pressi della torre Ghirlandina, si apre invece la Porta della Pescheria, originale per l’umanità dei due telamoni che dialogano con chi varca la soglia, chiedendo aiuto per sostenere l’enorme peso che li opprime. All’uomo e al suo lavoro sono dedicate le sculture degli stipiti interni di questa porta, su cui sono effigiati, sotto spoglie umane, i dodici Mesi intenti ai lavori della campagna. Alla sfera del fantastico e del racconto fanno piuttosto riferimento sia l’insolito archivolto in cui è scolpita la vicenda di Re Artù di Bretagna, sia gli stipiti e l’architrave, dove animali protagonisti di antiche favole emergono tra intricati grovigli vegetali. Uno sguardo particolare va, infine, rivolto alle Metope, rilievi posti sui salienti del tetto, che mostrano un vivace repertorio di esseri fantastici e mostruosi: oggi sul Duomo troviamo in realtà delle copie, poiché per questioni conservative, gli originali sono stati spostati al Museo Lapidario del Duomo.[/expand]

[expand title=”I Maestri Campionesi completano il capolavoro della Cattedrale”]
Dalla seconda metà del XII secolo fino ai primi decenni del XIV, a Lanfranco e Wiligelmo successero i Maestri Campionesi, maestranze provenienti da Campione, sul lago di Lugano, organizzate come vere e proprie botteghe famigliari. Dobbiamo a loro l’apertura del grande rosone e delle due porte laterali nella facciata e della magnifica Porta Regia su Piazza Grande, che con il gioco cromatico dei suoi preziosi marmi rosati spicca sulla candida parete del Duomo. Ai Campionesi si devono anche l’ambone e il pontile con scene della passione che, all’interno della Cattedrale, precedono l’ingresso alla Cripta dove è custodito il sepolcro di San Geminiano.[/expand]

[expand title=”La torre Ghirlandina: un simbolo del passato civico della città”]
A fianco dell’abside del Duomo, si proietta verso l’alto, agile e slanciata nelle sue armoniose proporzioni, la torre Ghirlandina, simbolo della città di Modena. Il vezzeggiativo con cui i modenesi l’hanno battezzata ha probabilmente origine dalle balaustre in marmo che ne incoronano la guglia, “leggiadre come ghirlande”. Edificata come torre campanaria del Duomo, la Ghirlandina ha tuttavia rivestito fin dalle sue origini un’importante funzione civica: il suono delle sue campane scandiva i tempi della vita della città, segnalava l’apertura delle porte della cinta muraria e chiamava a raccolta la popolazione in situazioni di allarme e pericolo. Le sue mura custodivano la cosiddetta “Sacrestia” del Comune, dove erano conservati i forzieri e gli atti pubblici, come la celebre trecentesca “Secchia rapita” (copia dell’originale ora conservato nel Palazzo Comunale), vile e supremo oggetto di contesa tra modenesi e bolognesi nell’infuriare della storica battaglia di Zappolino (1325). Il dibattito sulla cronologia della Ghirlandina è tuttora aperto perché mancano, per le prime fasi costruttive, fonti storiche dirette. I primi cinque piani della torre furono comunque eretti contemporaneamente al Duomo e terminati entro il 1184. L’ultimo piano e il coronamento ottagonale, squisitamente gotico e in origine ornato da numerose guglie, furono innalzati su disegno di Enrico da Campione tra il 1261 e il 1319. L’esterno della Ghirlandina è caratterizzato da un ricco apparato scultoreo e da un rivestimento lapideo per il quale è stato utilizzato materiale di reimpiego proveniente dalla città romana sepolta sotto uno spesso strato alluvionale. Internamente, al quinto piano, si trova la Stanza dei Torresani, un tempo abitata dai custodi della torre, nella quale si possono ammirare degli importanti capitelli scolpiti probabilmente dagli stessi Maestri Campionesi. I più importanti sono il Capitello dei Giudici, il Capitello di David, che ha molte caratteristiche in comune con alcune sculture angolari presenti nella terza cornice esterna della torre, e il Capitello dei Leoni.[/expand]

[expand title=”Piazza Grande, storico spazio della vita civica”]
La Piazza del Duomo, nata nel XII secolo, ha assunto l’appellativo di Grande dalla seconda metà del XVII secolo. È da sempre il millenario cuore pulsante di Modena, splendidamente incorniciata dal Duomo, dalla torre Ghirlandina e dal porticato del Palazzo Comunale, simboli storici delle istituzioni politiche e religiose della città. Per secoli questo luogo è stato lo scenario del potere spirituale rappresentato dal Vescovo e dal capitolo della Cattedrale. È stato anche lo sfondo del potere temporale: dai gradini della magnifica Porta Regia o dall’alto della ringhiera del Palazzo Comunale si sono dettate le regole e i valori della vita sociale. Dalla piazza partivano i nuntii – a cavallo e col berretto rosso – che diffondevano nella città le notizie buone, ma anche cattive, come quelle d’avviso di pericoli imminenti; sempre qui si formavano le adunanze degli uomini in armi e dei cavalieri deputati a difendere la comunità dagli attacchi nemici. La piazza era anche il luogo dove si amministrava la giustizia: qui avvenivano le esecuzioni capitali ed erano inflitte pene esemplari ai colpevoli, ma era anche lo spazio delle feste e dei giochi che vi trovavano uno scenario suggestivo. Le cronache testimoniano che, per occasioni speciali, in piazza si accendevano grandi falò e fuochi. Durante il Cinquecento e il Seicento, dopo che Modena diviene capitale di stato in seguito alla cacciata degli Este da Ferrara nel 1598, nella piazza il popolo aveva modo di assistere gratuitamente a quella sorta di ‘surrogato’ delle commedie che si recitavano a teatro, costituito dagli spettacoli dei saltimbanchi. Inoltre, la piazza diventava più che mai il luogo della grande festa durante i festeggiamenti del Carnevale che superavano di gran lunga quelli di ogni altro periodo festivo dell’anno. Piazza Grande è stata anche, per secoli e sino al 1936, la sede del mercato e degli scambi economici con una gestione rigorosamente regolata già dagli Statuti del 1327, i quali stabilivano i luoghi che i prodotti in vendita dovevano occupare sulla piazza nei giorni di sabato dedicati al mercato. Nell’abside del Duomo sono ancora visibili le antiche misure a cui i commercianti dovevano uniformarsi nelle vendite: la pertica, il coppo, il mattone e il braccio. A garanzia della correttezza degli scambi commerciali nel Medioevo esisteva un “Ufficio della Buona Stima”, il cui simbolo pare fosse una statuetta raffigurante una donna, detta dai modenesi Bonissima, ancora oggi presente in un angolo della piazza.[/expand]

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